Nel contesto socio-economico attuale, il calcio ha superato la sua dimensione puramente sportiva, andandosi a collocare tra le industrie più remunerative del panorama italiano. E’quanto evidenziato nel ‘’Report Calcio 2025’’, strumento adottato dalla FIGC non soltanto per analizzare nel dettaglio il trend evolutivo del movimento calcistico in generale, ma anche per individuare strategie e soluzioni di medio-lungo termine per un’ulteriore crescita del settore. La centralità di questo sport nelle abitudini e negli interessi della popolazione italiana rimane indiscutibile. I top club di Serie A, infatti, certificano il loro primato per seguito sui social media, con oltre 300 milioni di follower, mentre la raccolta di scommesse sul calcio ha raggiunto i 16 miliardi di euro. Numeri impressionanti, soprattutto se letti al di fuori della sfera esclusivamente sportiva e integrati in un discorso più ampio di natura economica e fiscale.L’analisi del contributo che il settore calcistico ha garantito all’economia nazionale segue due linee direttrici. La prima – quella diretta, ossia legata alla vendita di beni e servizi delle varie società sportive – evidenzia come, solo nell’ultimo anno, l’industria calcistica abbia prodotto un ricavo totale di 7 miliardi di euro e abbia contribuito, sul piano fiscale e previdenziale, per un importo pari a 20 miliardi di euro, riconfermandosi come miniera d’oro su cui investire. Infatti, per ogni euro speso dallo Stato Italiano, si è registrato un ritorno di investimento pari a circa 20 euro. La seconda – quella indiretta, cioè collegata alle attività economiche “accessorie” che si svolgono lungo la catena di attivazione del valore – sottolinea come l’incidenza di questo sport sul PIL italiano si aggiri intorno ai 12,4 miliardi euro, con 141.000 posti di lavoro attivati. Appare sempre più chiaro, quindi, che lo sport in generale, e il calcio soprattutto, possono diventare uno strumento di crescita economica e sociale da sfruttare. In sintesi, il calcio genera € 1,2 ogni € 200 di PIL e sostiene 6 lavoratori ogni 1.000 occupati; inoltre, i risultati economici e sociali si connettono anche al tema della competitività internazionale del calcio italiano.
Diritti televisivi ma non solo, ora si punta anche su marketing, sponsorship e attività commerciali.
Lo scenario, rispetto a 10 anni fa, è notevolmente cambiato: il modello di business che assegnava un ruolo centrale ai diritti televisivi, che pure sono aumentati del 3% nell’ultimo quinquennio, ora si basa sull’aumento dei ricavi commerciali, dettato da maggiori investimenti in marketing, sponsorship e attività commerciali. Tuttavia, al netto del notevole progresso che i dati raccontano, è ancor più necessario, in questa fase di crescita del trend, investire su due aspetti che incidono in maniera determinante sul gap tra il settore calcistico italiano e quello internazionale: l’impiantistica sportiva e la maggiore integrazione di talenti italiani nei top club della massima serie. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’Italia da anni occupa una posizione da “chiudi fila” nel panorama europeo; infatti, negli ultimi 20 anni ha contribuito – si legge nel Report – solo per l’1% degli investimenti totali, posizionandosi dietro Polonia, Turchia e Germania. Dunque, l’attuazione di un programma di intervento che permetta il riammodernamento degli impianti sportivi già esistenti o la costruzione di nuovi è un tassello imprescindibile per la crescita economica, sociale e sportiva del Sistema Paese. Si stima che, se venissero finalizzati i 31 progetti di costruzione di impianti sportivi che sono in fase di programmazione o di effettiva realizzazione, l’investimento ammonterebbe a circa 5 miliardi di euro, incidendo sul PIL per oltre 6 miliardi di euro e creando 80.000 nuovi posti di lavoro. È quanto accadrà – tanto per citare un esempio – nel caso di Milan e Inter . I due club milanesi hanno, da anni, riconosciuto l’importanza di detenere la proprietà di un impianto sportivo all’avanguardia, inserito in un contesto strutturale sostenibile e innovativo, che permetta di ridurre i costi legati all’utilizzo della struttura e aumentare i ricavi derivanti dalla vendita dei biglietti, dal merchandising e dal turismo sportivo in generale. Dopo un lungo tira e molla, infatti, il Consiglio Comunale di Milano, guidato dal Sindaco Sala, ha approvato nei giorni scorsi la delibera di vendita dello stadio Giuseppe Meazza e dell’area circostante alle due società meneghine, per consegnare alla città un impianto di livello mondiale, simbolo della fede calcistica di milioni di tifosi. Il secondo aspetto, che parrebbe toccare solo il piano sportivo ma che produce dei risvolti anche sul piano economico, riguarda la cosiddetta “dispersione del talento”, ossia la presenza effettiva di un patrimonio di talento giovanile di alto livello che però fatica a trovare spazio nel calcio italiano di vertice a livello di club. Si tratta di uno scenario preoccupante che determina, in primo luogo, un divario calcistico notevole rispetto ai top club delle principali competizioni europee ma che, in realtà, produce anche notevoli effetti dal punto di vista economico, andando ad azzerare il valore delle giovani risorse calcistiche e, di conseguenza, l’eventuale guadagno dei club. In definitiva, il settore calcio si conferma come trainante dell’economia italiana, con ampi margini di crescita legati al miglioramento dell’impiantistica e alla valorizzazione dei giovani talenti. È necessario promuovere uno sviluppo sostenibile dell’industria calcistica in grado di accompagnare il percorso di trasformazione economica, sociale, infrastrutturale del sistema Paese.